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Pace, deterrenza e “guerre necessarie”: perché l’attacco all’Iran solleva domande (anche per l’Europa). Di Dorotj Biancanelli, Roma

  • 4 mar
  • Tempo di lettura: 4 min

L’Unione Europea, come dovrebbe essere noto, nasce da un’intuizione storica di impronta democratica e pacifista che vuole rendere la guerra non solo impensabile, ma materialmente impossibile, attraverso interdipendenze economiche e scelte istituzionali d’interesse comune. Eppure, nel 2025, l’aria è cambiata: parole come riarmo, minacce, resilienza ingrigiscono l’agenda europea tanto da arrivare a parlare di guerra ibrida che rientra nel discorso pubblico con una naturalezza che inquieta chi, per cultura politica, ma anche civile, continua a considerare la pace un progetto autentico da sostenere con integrità.

In questo contesto, l’azione militare congiunta di Stati Uniti e Israele contro l’Iran del 28 febbraio 2026, presentata come risposta a ciò che viene descritto come un rischio legato al programma nucleare di Teheran, apre una serie di interrogativi che non possono essere liquidati come se si trattasse di una semplice deterrenza. Tra il 27 e il 28 febbraio 2026, alcune fonti giornalistiche riportano un possibile “passo” negoziale: il ministro degli Esteri dell’Oman, in qualità di mediatore, avrebbe parlato di un’intesa ottenuta tramite colloqui indiretti con la quale l’Iran avrebbe accettato di non accumulare uranio arricchito (“zero stockpile”) e di sottoporsi a verifiche.

Tuttavia, il giorno successivo, sono stati colpiti obiettivi ritenuti strategici in diverse aree del Paese, inclusi siti istituzionali e infrastrutture sensibili. L’intervento ha innescato ritorsioni e un progressivo coinvolgimento indiretto di altri Stati e territori dell’area.

Parallelamente, gli organismi internazionali incaricati del monitoraggio nucleare, in particolare la IAEA, non hanno fornito conferme pubbliche tali da attestare una minaccia nucleare iraniana immediata e già operativa nei termini spesso enunciati nel dibattito politico; in un quadro reso più complesso dai limiti di accesso e verifica, la questione resta oggetto di valutazioni tecniche e continua a essere discussa anche sul piano giuridico, in relazione alla legittimità degli attacchi preventivi nel diritto internazionale. Nel diritto internazionale, la deterrenza si distingue dall’attacco preventivo: la prima mira a scoraggiare un’azione ostile attraverso la dissuasione, il secondo implica l’uso anticipato della forza in assenza di un’aggressione già in atto, circostanza la cui legittimità resta oggetto di interpretazioni controverse. Secondo alcune ricostruzioni, l’obiettivo dell’attacco non sarebbe solo di “contenere” ma anche di forzare un cambiamento politico a Teheran.

Perché scegliere di colpire se un’intesa stava maturando?

Forse l’accordo non era propriamente un accordo, ma piuttosto un annuncio preliminare di natura politica, utile a guadagnare tempo: un conto è una dichiarazione d’intenti, un altro è un’intesa firmata con tanto di accessi ispettivi e poteri reali di verifica. È possibile, tuttavia, che le informazioni disponibili ai governi coinvolti fossero più ampie di quelle rese pubbliche, elemento che renderebbe il quadro decisionale più complesso di quanto appaia dall’esterno. Se poi Washington e Tel Aviv ritengono che l’Iran possa usare i “negoziati” come copertura allora l’opzione preventiva viene presentata come deterrenza.

Reuters, una delle maggiori agenzie di stampa internazionali, riporta che l’operazione viene descritta come volta a impedire le capacità nucleari iraniane, secondo le dichiarazioni ufficiali riportate. Perché non richiedere una verifica immediata dell’IAEA, come garanzia oggettiva dell’impegno assunto, fissando al contempo una scadenza diplomatica chiara prima di procedere con l’attacco?  Va tuttavia ricordato che la IAEA verifica impianti e materiali quando dispone di accesso ispettivo, ma non sostituisce il giudizio politico-militare degli Stati né può certificare intenzioni future. E non finiamo con il fossilizzarci sulla volontà di un cambio di regime politico vigente perché, nella storia, si è assistito a costi umani enormi e a destabilizzazioni territoriali notevoli senza trascurare il rischio assai prevedibile di escalation.

Un’altra chiave di lettura è infatti, che la regione fosse già entrata in una dinamica di escalation tale per cui un gesto di negoziazione non bastava più. Alcune ricostruzioni descrivono un conflitto allargato e ritorsioni su più teatri, con un effetto domino che coinvolge basi, infrastrutture e Paesi terzi.

In questa lettura, la diplomazia non sparisce casualmente, perché la logica militare prende il sopravvento: quando si ritiene imminente il superamento di una soglia che sia nucleare, missilistica, o di controllo, si preferisce agire subito. E poi chi stabilisce qual è la soglia da non valicare? E chi si assume la responsabilità di quelli che sono gli errori di valutazione?

L’idea che un conflitto serva a “coprire” scandali interni è un classico delle scienze politiche originarie di epoche del passato ma che alcuni commentatori ripropongono con forza anche oggi. Tuttavia, serve fare attenzione perché un conto è affermare, che una crisi internazionale possa spostare l’attenzione dell’opinione pubblica, un altro è asserire, come accaduto in qualche trasmissione televisiva di prima serata che l’attacco sia stato deciso “per distrarre dagli Epstein files” arrivando perfino a evocare ipotesi o pressioni di ricatto. Senza elementi documentali verificabili, tali ricostruzioni restano nel campo delle valutazioni speculative e non possono essere presentate come spiegazione dei fatti.

Veniamo al punto europeo. Dichiarazioni della Presidente della Commissione, Ursula von der Leyen, e di altri vertici dell’UE, in contesti ufficiali, hanno richiamato con forza il tema delle minacce ibride: cyberattacchi, sabotaggi, pressione energetica, disinformazione, arrivando a definire esplicitamente questo scenario come “hybrid warfare” (guerra ibrida) e invitando a prenderlo molto seriamente. Anche senza una “guerra dichiarata”, la somma di scelte come il riarmo, l’aumento della produzione delle industrie della difesa, il rafforzamento della deterrenza e posture più assertive produce, nei fatti, un’Europa percepita come sempre più militarizzata.

E allora la domanda più interessante sorge spontanea: “ma i nemici chi sono?” ha almeno tre risposte, molto diverse tra loro:

Risposta accomodante (o istituzionale) : i nemici sono gli Stati che minano l’ordine europeo con aggressione e minacce come la Russia e, in alcuni dossier, reti proxy legate all’Iran intendendo come tali gruppi armati non statali presenti in varie aree del Medio Oriente che, pur non essendo parte delle forze regolari dello Stato iraniano, sono sostenuti da Teheran con armi, addestramento, finanziamenti o supporto logistico e che condividono con il governo iraniano interessi strategici o obiettivi.

Risposta realista: il vero “nemico” è la vulnerabilità europea: grado alto di dipendenze energetiche e tecnologiche, frammentazione politica, e reale incapacità di deterrenza.

Risposta critica: il nemico è la paura che diventa il sistema principale: ogni crisi giustifica nuove spese, nuovi controlli e meno discussione, fino a farci considerare normale ciò che nasce come evento temporaneo legato ad un’emergenza.

Tutte e tre contengono elementi veritieri e al contempo rischi di interpretazioni errate. Il compito di un’Europa fedele alla sua origine dovrebbe essere tenere insieme difesa e pace: costruire una deterrenza credibile che serva a preservare l’equilibrio ma senza trasformare il rafforzamento della sicurezza in una deriva che alimenti l’idea di un’Europa guerrafondaia votata allo scontro permanente.

L’Europa, dunque, sta costruendo sicurezza o sta cambiando la propria cultura politica?

 


 
 
 

2 commenti

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Ospite
04 mar
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ottimi spunti di riflessione

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Ospite
04 mar
Valutazione 5 stelle su 5.

interessantissimo

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Ciao, grazie per essere passato di qui

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