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“Male necessario”: perché Fedez e Masini stanno dicendo qualcosa che oggi non vogliamo ascoltare (e proprio per questo meritano attenzione)

  • 8 gen
  • Tempo di lettura: 4 min

Aggiornamento: 9 apr

Qualcosa di insolito sta accadendo intorno a quella che potremmo definire una tensione semantica fortissima: Male necessario. Per ora è tecnicamente solo un titolo di una canzone di cui non si conoscono l’arrangiamento e il testo, né se ne può ancora canticchiare il ritornello.Eppure se ne parla. E se ne parla con una certa ambivalenza, come se questa locuzione nominale avesse già acceso qualcosa prima ancora di concretarsi per davvero. Nessun entusiasmo facile, non una semplice curiosità da classifica, ma una sensazione più scomoda: quella di sentirsi chiamati in causa.

Come ormai noto, è il titolo del brano con cui Fedez e Marco Masini parteciperanno insieme alla 76ª edizione del Festival di Sanremo, ufficialmente inserito nella lista delle canzoni in gara pubblicata dalla RAI. Un incontro tutt’altro che neutrale, carico di implicazioni simboliche tra due realtà artistiche diverse, ritenuto da più osservatori come uno dei momenti più attesi dell’edizione, per ciò che evoca tanto sul piano del significato quanto per il peso culturale del confronto.

Male necessario ha il sapore di un’interessante presa di posizione e sembra riempire uno spazio emotivo in cui si è costretti a fermarsi e a restare in ascolto. Ma, al suo interno, non vi è traccia di alcuna magra consolazione, perché ad imporsi è qualcosa che, con tutta probabilità, avremmo preferito evitare.

E sì, se ne parla davvero, se ne parla anche con una certa tensione. Ed è forse per questo che, ancora prima di andare a fondo, provoca fastidio.Un fastidio sensato e composto di quelli che non prendono forma dai più classici scandali perché appartengono a tutt’altra natura: il titolo basta da solo. Non è un’espressione che rassicura. Non promette soluzioni rapide e non accarezza il pubblico perché non strizza l’occhio a qualche facile complicità. È una formula che oggi appare quasi fuori luogo, in un’epoca che pretende benessere costante. Qui no. Qui il male non viene messo da parte: viene nominato e circostanziato come presenza dominante e imprescindibile.

Ed è proprio questo che rende l’incontro tra Fedez e Masini qualcosa di diverso da una semplice operazione da Festival. Basti prestare un minimo di attenzione per accorgersi che non c’è nostalgia da riesumare da memorie sterili, né rilanci costruiti a tavolino, né scaltrezza attivata a comando.

Si denota piuttosto un gesto necessario e scomodo, perché mette insieme due mondi lontani per innestare un concetto che oggi pochi hanno voglia di sentire: non tutto ciò che fa male è evitabile, e non tutto ciò che fa male è inutile.

Masini, nella sua storia artistica, non ha mai addomesticato il dolore. Non lo ha reso elegante, né trasformato in una lezione edificante a ogni costo. Nelle sue canzoni il male non coincide con un incidente da evitare, ma è una parte inevitabile dell’esperienza umana: una presenza con cui fare i conti senza lasciare che diventi un difetto da nascondere. E oggi, in un tempo che chiede messaggi rassicuranti e immediatamente condivisibili, questa coerenza pesa più di qualunque ritorno celebrativo.

Fedez attraversa questo progetto non per smussare gli angoli, ma per metterli in evidenza. Porta con sé un pubblico vasto, abituato a reagire in tempo reale, a commentare, a schierarsi. Ma soprattutto porta una domanda implicita che si insinua tra le linee sottili di questa significativa collaborazione: siamo ancora capaci di reggere una canzone che non ci promette di stare meglio subito?

Male necessario sembra suggerire che crescere non significa evitare il dolore, ma imparare ad attraversarlo senza smettere di accoglierlo. È un’idea semplice. Eppure, oggi suona quasi rivoluzionaria, perché va contro una cultura che misura tutto in termini di efficienza emotiva e felicità immediata.

Sì, perché viviamo in un’epoca che confonde il sentirsi bene con l’assenza di dolore. Sembra quasi che l’istantanea mancanza di reazione equivalga all’essere fragili e delinei i contorni di figure sbagliate e fuori posto. Male necessario rompe questa narrazione e ne propone un’altra, più scomoda ma più onesta e autentica: ignorare il dolore non rende più forti, spesso ci rende soli e in un panorama musicale che tende sempre più a evitare ciò che divide, scegliere di portare sul palco dell’Ariston una canzone che non semplifica è già una forma di coraggio.

È anche per questo che Male necessario si sta imponendo come uno dei brani più attesi di Sanremo 2026 ancora prima di essere ascoltato. Perché, al di là dei pronostici, rappresenta una scelta: quella di premiare una musica che non cerca il consenso facile, ma una verità emotiva profonda.

E forse è qui che il pubblico entra davvero in gioco. Dovrà, in qualche modo, decidere a quale tipo di musica vuole dare spazio. Quella che distrae o quella che resta addosso? e ancora: quella che fa rumore o quella che attenziona all’ascolto?

In un Festival spesso raccontato come una gara, Male necessario sostiene un’idea di musica che non ha paura di dire che esserci non è sempre comodo, perché è semplicemente la rappresentanza di ciò che è reale.

E se tutto questo suona coerente, è perché lo è.Perché, anche questa volta, Marco Masini resta fedele a sé stesso.E Fedez sceglie di stare dentro quella fedeltà, amplificandola in un mantra inevitabile.

In un’epoca che chiede leggerezza a ogni costo, scegliere una canzone così non è la strada più facile.

Ma forse è proprio per questo che merita attenzione.

E se il titolo ha già messo in crisi certezze superficiali, il testo fino a dove avrà il coraggio di addentrarsi?

Non ci resta che attenderli lasciando che sia l’ascolto, e non l’attesa del conforto, a raccontarci cosa siamo davvero pronti ad accogliere.


 
 
 

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Ospite
08 gen
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straoridnaria

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Ciao, grazie per essere passato di qui

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