Il tempo immobile: generazioni in bilico tra calma apparente e smarrimento interiore di Dorotj Biancanelli, Roma.
- 11 nov 2025
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Al giorno d’oggi si assiste a un silenzio che ben poco ha di naturale. Lo si coglie negli ascensori, nei bar e perfino in alcune risate che sembrano specchiate in un registratore. È un silenzio che trabocca di rumore, che sa di digitale, fatto di notifiche ad intermittenza che riempiono quell’esasperato senso di vuoto. Sembra che sempre più persone stiano diventando degli esperti teatranti della calma, abili a mettere in scena una tranquillità costruita a misura ma, dietro quella facciata, sembra quasi ululare un ronzio continuo che prende il nome di inquietudine ed è quello strano senso di malessere che non trova modo di uscire allo scoperto.
Tra la gente, si denotano spesso, visi immobili, quasi marmorei in cui non traspare né tristezza, né rabbia. Persone incastrate nel loro loop quotidiano per abitudine e non per desiderio: lavoro, spesa e poi una foto sui social, ma dentro, in quel vuoto assordante non provano più nessuna autentica emozione. Che sia il vanto di aver raggiunto una calma interiore, no, nessun avallo nella presupposizione perché non si tratta di serenità ma di un’anestesia di massa.
Si insegna come inspirare e come espirare, si spiega come restare concentrati e composti. Ma nessuno argomenta mai su quanto sia vitale saper sentire senza paura, sviluppare la capacità di ascoltare fino in fondo le proprie emozioni, senza costruire argini di difesa utili solo a razionalizzare in fretta o a fingere che un dolore non ferisca davvero. Così si diventa abili nel far credere di non aver confuso la pace con la resa. Ma è di resa che si tratta: di un quieto torpore, lento e spento, che restituisce l’impressione di essere vivi mentre in realtà si resta immobili.
Sono le generazioni più giovani a viverlo ogni giorno. Ragazzi che a vent’anni parlano come se avessero già perso tutto. Dicono “io non voglio illudermi”, “io non mi aspetto niente” e lo dicono quasi con orgoglio, come se intendersi già arresi sia espressione di maturità. Ma dov’è quella frenesia fresca e genuina che si alimenta con il vento dell’energia vitale? Quella spinta emotiva che li fa destare dal letto la mattina presto, pronti a rimettersi in moto verso i loro sogni? Hanno osservato troppi adulti che hanno promesso cambiamenti ma che poi si sono adattati alle circostanze con lo spirito della rassegnazione e visto troppi sogni sgonfiarsi alla velocità di un’informazione che nasce e nello stesso istante si dimentica. Si muovono tra le precarietà e le disillusioni, cercando un senso concreto che nessun algoritmo può dare.
E gli adulti? Artisti d’esperienza e guide mal riuscite.
Si è imparato a stare dentro il rumore, a definire “normalità” un inquieto senso di stanchezza che accompagna ogni giorno e ogni luogo. Nonostante l’esperienza pandemica, si continua a ripetere con convinzione “andrà tutto bene”, ma lo si fa a voce bassa, quasi con il timore di farsi sentire davvero: lavoro, serie tv, social e frasi lasciate a metà, con il coraggio di chi non osa più. È come se si fosse dimenticato cosa significhi vivere davvero: capaci di non fare altro che respirare, senza sentire, rischiare, affrontare e vivere le emozioni senza subirle.
Chiusura, controllo e rinuncia sembrano dunque, aver avuto la meglio.
Tuttavia, basterebbe un po' d’impegno per invertire la tendenza. Anche avere il coraggio di togliere la maschera un solo giorno. Di dire a un amico “oggi non sto bene”, senza paura di offrire solo una flebile spiegazione. Di guardarsi dentro riconoscendo che qualcosa manca e di ammettere che non basta un like per riempire un vuoto. Di smettere di fingere che la vita vada compresa perché la vita va vissuta fino in fondo anche quando fa paura.
Ci si indigna quando qualcosa è ingiusto quanto quella stessa informazione che attraversa l’istante. Si dovrebbe restare a sufficienza in quel disgusto e alzare la voce quanto basta.
Si dovrebbe tornare ad entusiasmarsi come i bambini, senza vergognarsi solo perché si è adulti. Si dovrebbe amare la curiosità ed essere affamati di esperienze vere, non filtrate. Perché chi non sente più nulla non soffre, è vero, ma nemmeno ama, né cresce, né esiste davvero.
Il mondo ha bisogno di persone che non abbiano paura di tremare e che si lascino attraversare dalla vita.
Ogni volta che si sceglie di dire la verità, anche la più piccola, qualcosa si muove. Ogni volta che si smette di compiacere, si accende una speranza. Ogni volta che ci si concede un’emozione autentica, facciamo un passo fuori dal tempo che abbiamo reso marmoreo.
È da lì che riparte tutto, è da lì che riparte il motore della vita. Dal coraggio di essere veri in un mondo che affina “un equilibrio immobile”. Dalla scelta di sentire, anche se fa male e di intervenire quando la giustizia grida. Dalla consapevolezza che la calma non è sempre virtù perché oggi assume sempre di più la rappresentazione di una vile fuga.
Forse è il momento di smettere di respirare soltanto, e ricominciare a vivere davvero. Di alzare lo sguardo, dire una parola in più e abbracciare una scelta che piace anche se spaventa. Perché, se la paura di soffrire blocca, il tempo immobile divora le esistenze.

E la vita, quella vera, scorre davanti agli occhi di chi ha smesso di riconoscersi.
Non dovrebbe accadere per nessuno: né per noi stessi, né per chi ci osserva,
non adesso,
non più.




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